Perché oggi parlare di gioielli fatti a mano è un atto rivoluzionario?
Ci sono momenti in cui raccontare non è un esercizio di stile, né un gesto celebrativo, ma una necessità profonda.
Momenti in cui fermarsi, guardare ciò che è stato costruito e interrogarsi sul suo significato diventa l’unico modo onesto per continuare ad andare avanti.
È da questa consapevolezza che nasce Rubinia. Storia di un gioiello. 40 anni di amore, arte e impresa, il libro scritto da Roberto Ricci in occasione dei quarant’anni di Rubinia.
Non un racconto autocelebrativo, ma una riflessione aperta sul valore dell’artigianato orafo oggi, sul senso del fare a mano e sul ruolo che un’impresa può – e forse deve – assumersi in un tempo di grandi trasformazioni.
Il fatto a mano non come memoria del passato, ma come urgenza del presente
Negli ultimi anni parlare di Made in Italy è diventato quasi automatico.
Molto più raro, invece, è interrogarsi sul significato reale del fatto a mano, sul suo valore concreto e sulla sua sopravvivenza all’interno di un mercato sempre più veloce, standardizzato e orientato alla produzione seriale.
Le gioiellerie storiche chiudono, una dopo l’altra.
Gli artigiani diminuiscono.
Le scuole formano tecnici per l’industria, non maestri per le botteghe.
E il passaggio generazionale, invece di essere un naturale ricambio, si trasforma spesso in una frattura.
In questo scenario, raccontare quarant’anni di gioielleria artigianale non significa indulgere nella nostalgia di ciò che è stato.
Significa, piuttosto, porsi una domanda scomoda ma necessaria: che futuro vogliamo per i mestieri che hanno reso l’Italia riconoscibile nel mondo?
Il gioiello come memoria da indossare, non come oggetto di consumo
Parlare di gioielli non equivale a parlare di lusso.
Significa parlare di memoria, di emozioni, di relazioni umane.
Un gioiello non nasce per rispondere a una tendenza stagionale, ma per accompagnare un momento importante della vita di chi lo indossa.
È un oggetto che trattiene un significato, che attraversa il tempo, che spesso passa di mano in mano senza perdere il proprio valore emotivo.
Non è un caso se oro e argento sono, da sempre, i materiali più riciclati al mondo.
Chi butterebbe l’anello della nonna?
Chi cancellerebbe volontariamente una storia che ha ancora qualcosa da raccontare?
In questa visione, il gioiello diventa una forma di memoria portatile, un segno tangibile di ciò che siamo stati e di ciò che scegliamo di portare con noi.
L’artigianato come relazione, prima ancora che come tecnica
Uno dei temi centrali del libro è il rapporto tra artigianato e relazione.
Perché fare gioielli a mano non significa soltanto saper lavorare un metallo, ma saper ascoltare una persona.
Ogni creazione Rubinia nasce dall’incontro tra chi realizza e chi indosserà il gioiello.
Dalla storia che viene raccontata, dalle domande che vengono fatte, dal tempo dedicato a comprendere cosa quel gioiello dovrà rappresentare.
La personalizzazione, in questo senso, non è un servizio accessorio, ma un linguaggio.
Un’incisione, una punzonatura, un dettaglio volutamente non perfetto diventano elementi di identità.
È proprio lì, nell’asimmetria e nella variazione, che il gioiello smette di essere un prodotto e diventa esperienza.
Non esistono due pezzi uguali, perché non esistono due vite uguali.
E il dettaglio, da semplice scelta estetica, si trasforma in racconto.
Scrivere un libro per trasformare la memoria in azione
Questo libro non nasce per restare chiuso su uno scaffale.
Nasce con l’idea di diventare uno strumento attivo, capace di generare conseguenze reali.
Per questo le royalties delle vendite sostengono Casa & Bottega, il progetto con cui Rubinia ha deciso di investire concretamente nel futuro dell’artigianato orafo.
Non un’operazione di beneficenza, ma un progetto strutturato, pensato per creare formazione, lavoro e dignità professionale.
Casa & Bottega nasce per offrire nuove opportunità a giovani e donne in difficoltà, partendo da un presupposto semplice ma radicale:
l’indipendenza economica, quando nasce da un mestiere autentico, restituisce autonomia, consapevolezza e valore.
In questo senso, il libro diventa un ponte tra ciò che è stato e ciò che può ancora essere.
Una storia collettiva, non individuale
Un altro elemento centrale del libro è la sua natura corale.
Quella raccontata non è solo la storia di un fondatore, ma quella di una famiglia, di un team, di un’impresa che ha scelto di crescere attraverso il confronto e la condivisione.
Le voci che emergono nelle ultime pagine – da quelle della figlia Francesca a quelle dei collaboratori – restituiscono l’immagine di un’azienda viva, fatta di relazioni quotidiane, di dialoghi, talvolta di conflitti, ma soprattutto di un progetto comune.
Perché un’impresa artigiana non è mai il risultato di una visione solitaria.
È un equilibrio complesso tra persone, valori e tempo.
Raccontare per non perdere il senso
Scrivere questo libro, oggi, significa fare una scelta precisa:
non rincorrere il mercato, ma interrogarsi sul suo significato.
Significa ricordare che vendere gioielli non è vendere oggetti, ma costruire relazioni, custodire emozioni, dare forma alla memoria.
E che il fatto a mano non è un retaggio del passato, ma una possibilità concreta per il futuro.
Se anche tu credi che il valore delle cose risieda nel modo in cui sono fatte,
se pensi che il tempo, la cura e l’ascolto siano ancora elementi fondamentali del lavoro umano,
allora questa storia non parla solo di Rubinia.
Parla anche di te.